
Quando viaggi a piedi porta sempre una cintura, e procurati un bastone. Io la cintura la dimentico sempre, solo negli ultimi mesi l’ho fatto due volte. È che quando non si passeggia, ma ci si sposta a piedi, il corpo si muove in un modo diverso. Cambia il ritmo e il battito dei passi, l’intensità dei movimenti. I nostri vestiti ci piacciono, ma li abbiamo scelti e abituati ad altre routine. I nostri corpi, così urbani o comunque così poco nomadi, ci mettono poco cambiare quando si vive la giornata a piedi, e allo stesso modo quella camicia, quei pantaloni che in città ci calzavano così a pennello, vivono la camminata a modo loro, come a modo nostro la viviamo noi. Le mutande poi scalciano, soffocate dalla cinghia dello zaino e strette lì sotto, tra i pantaloni e le nostre gambe nuove. Come biasimarle, come biasimarli tutti quei poveri vestiti sedentari, per quanto “tecnici” e pertanto architettati (in teoria) per adattarsi alle mutazioni del corpo che cammina? Come biasimarli se proprio il nostro corpo scopre di essere, nel suo piccolo, altro da sé – e forse proprio per questo un po’ più sé stesso?

Per questo una cintura bisogna portarla sempre. Non è un segno di distinzione, di eleganza da Grand Tour. Non è mai un peso inutile. È vero che un laccio o un cordino, anche raccattati per strada, spesso possono andare come facenti funzione. Non lo nego. Ma una buona cinta è tutta un’altra cosa. Io consiglio una di quelle di stoffa, con la borchia dentata che puoi stringere lungo tutta la lunghezza senza dipendere dai fori: è più resistente e versatile di una pur bella e affidabile cinta di cuoio. La puoi usare, oltre che per lo scopo per il quale è stata fabbricata, per stringere e assicurare, per legare e per appendere. Sì, una buona cintura di stoffa con borchia dentata è una compagna affidabile per ogni camminante.

Per il bastone il discorso è diverso. Non parlo delle bacchette, che per lo più lo hanno sostituito. Come direbbero alcuni, hanno i suoi pro, ed è innegabile. Ma per me non saranno mai abbastanza per soppiantare il bastone, il bordone, l’appoggio e la mazza, a volte persino il diario e la mappa del cammino trascorso. Per i pellegrini medievali il bordone (dal latino burdus, mulo) era un compagno diviaggio, spesso l’unico. Nei libri di Terramare, manuale per viaggi di dentro e di fuori, ogni mago deve avere il suo e spesso è l’albero dal quale è stato tagliato a dare il nome d’uso alla persona. Si capirà quindi che il bastone è più di un gadget per la camminante, in barba all’alluminio telescopico e persino al carbonio più leggero e resistente.

Ma, retorica a parte, il bastone, come la cintura, è uno strumento – un compagno – assai polivalente. Forse non il più loquace, ma in compenso può essere intagliato nelle pause e, per chi si azzarda, persino durante il cammino. Motivi simmetrici, facilitati dal taglio fresco e dalla corteccia ancora umida, o rigorose marcature delle tappe e delle distanze. Persino parole, per chi è paziente, o raffigurazioni di incontri con persone, pietre, piante o animali, per le camminanti più dotate. Comunque si usi, la sua funzione principale rimane la più scontata: accompagnare il passo, aiutare la gamba o la caviglia più debole (sì, anche tu ne hai una), scansare le felci o i rovi, scacciare cani invadenti e persino – per le più avventurose o le più sfortunate – fungere da palo centrale per un rifugio improvvisato. (Si noti, in questo caso, che l’uso combinato di bastone e cintura, con l’aggiunta di un buon telo impermeabile, può definire la differenza tra il bivacco d’emergenza e l’avventura della sosta imprevista.) La mia preferita, comunque, è quella di appoggio per la sosta. Niente mi da più soddisfazione che fermarmi nel mezzo di una curva e guardarmi intorno, le mani chiuse a pugno sull’apice del mio bastone e il mento appoggiato su di esse, proprio tra indice e medio.

C’è chi al bastone, il fedele compagno, è sempre fedele. Lo porta con sé dalla città, in treno o in auto o in autobus, in ogni viaggio. Quasi sempre se l’è procurato tagliandolo da una pianta viva, che è il modo migliore di averne uno. Sembra una pratica crudele e forse in parte lo è, ma non è solo la qualità del bastone ottenuto a giustificarla. È anche il rispetto per il dono dell’albero – fisso in un punto, per quanto aperto a mondi fruscianti e profondi che a noi sono preclusi. L’albero madre ci accompagna e sentire il legno seccarsi, lentamente come lentamente avanza il cammino, farsi più forte invece di deperire e più leggero quando la nostra stanchezza aumenta, è come il sussurro di un amico che ci dice io resto qui, ma tu continua, continua a camminare.

Ma c’è anche chi preferisce procurarsene uno diverso ogni volta: rimanere aperto all’incontro, anche a rischio di dover camminare a lungo con solo due gambe e senza nessun legnoso compagno. Le camminanti di questo club portano sempre con sé uno strumento adatto al taglio: un seghetto o un buon coltello multiuso. Si può pensare che sia uno spreco, tanto tagliare arti vivi degli alberi; ma non è una modalità consumistica di vivere il cammino. Al contrario: non c’è piacere e gesto più nobile del lasciare, come per caso, un bastone a un incrocio, in un locale o fuori dalla porta di un ostello, sapendo che prima o poi qualcuno lo prenderà e che gli allevierà il cammino.

Sulla scelta dell’albero c’è tanto dibattito quanto quello sul buon vino: la quercia e il castagno, duri e pesanti, il frassino più solido e flessibile, il prugnolo e il pero e il melo, leggeri e robusti. Per i più raffinati ed esterofili, il pecan (o hickory) ha una nomea ineguagliabile… ma di certo non si trova nei boschi europei. Io sono fedele al nocciolo, pianta cespugliosa che non si risente di certo per il taglio di un robusto pollone. Comune in molte latitudini e altitudini, è leggero e flessibile, affidabile come ogni buon amico. Negli ambienti più secchi e costieri, non è azzardato confidare nella comune canna: rigida e leggera, la sua affidabilità dipende dalla scelta del giusto spessore e dal taglio inferiore, che deve sempre includere il bulbo duro della radice.
La radice – è ovvio, ma non si sa mai – non vausata come impugnatura, ma a terra. Una radice nomade, che oscilla al ritmo del passo di una camminante padrona del suo tempo (e di una cintura): ti vengono in mente immagini migliori per pensare chi si muove a piedi?
